Flòrula di Patrizia Laquidara: qui un tempo era tutta campagna
Con il suo nuovo splendido EP la cantautrice ci portava altrove. Un altrove che è al tempo stesso antico e contemporaneo, sempre e comunque talmente bello da farci dimenticare il brutto intorno.
Qui intorno è ancora tutta campagna.
È domenica pomeriggio, subito dopo pranzo. Siamo in piena Brianza, il cuore operoso della Lombardia, regione nella quale mi trovo in esilio ormai da ventinove anni. Sono seduto all’ombra sulla gradinata di un campetto da calcio a sette, in erba sintetica. Il campo è sotto un sole primaverile che finalmente scalda. Qui dove sto seduto io, in buona compagnia con altri adulti, come me genitori dei giocatori in campo, fa fresco, forse addirittura freddo. Sono arrivato qui portando con me cinque compagni di squadra di mio figlio Francesco. Non sempre riesco a accompagnarlo, e quando ci sono ricambio la cortesia degli altri genitori, facendo da autista. Mio figlio, immagino per confondersi nella massa, quando è in compagnia dei suoi compagni di squadra parla con un accento milanese che altrimenti non ha. Apre tutti gli accenti, sbagliandoli, dicendo “ho dètto”, invece che “ho détto”, roba del genere. La cosa mi lascia perplesso, ma mi sono guardato bene dal farglielo notare, mentre venivamo qui per la prima partita del campionato primaverile. Già immagino sia imbarazzato dalla mia presenza, non per ragioni specifiche, ma solo per il fatto di essere adolescente.
Quando arriviamo, con il solito tre quarti d’ora di anticipo, così che i ragazzi possano fare riscaldamento con l’allenatore, è in corso una partita di bambini delle elementari, diciamo quarta o quinta elementare. Il pubblico sugli spalti è composto immagino dai loro genitori, ma quando la loro partita finisce e finalmente entra in campo la squadra di mio figlio, che sfiderà la squadra allievi locale, mio figlio è stato preso in una squadra di ragazzi più grandi di un anno, restano tutti seduti, pronti a seguire anche questa partita. Accadrà anche dopo la fine della partita, terminata due a due, va detto per troppi errori sottoporta da parte della squadra di mio figlio, senza ombra di dubbio uno dei migliori in campo in compagnia di un suo compagno, come lui più piccolo di un anno, entrambi più minuti fisicamente, specie nella squadra avversaria c’erano dei cristianoni alti quasi un metro e novanta, ma decisamente coi piedi più buoni tra i quattordici in campo. Questa cosa delle partite della domenica pomeriggio, fatto che confesso mi ha fatto salmodiare, quando l’ho scoperta, perché oggi avevamo un pranzo di famiglia dalla a casa di mia cognata, mio nipote ha appena fatto diciott’anni, e loro abitano a Milano sud, in pratica io e Francesco ci siamo strozzati, lì a mangiare di corsa, per poter essere sotto casa nostra per le due e quaranta, pronti a raccogliere i compagni di squadra e poi andare verso la Brianza velenosa cantata da Battisti, questa cosa delle partite della domenica, dicevo, partite della domenica che diventano il cuore della vita di questo paese della Brianza, tutte le famiglie raccolte sugli spalti a seguirle neanche fossimo a guardare la Premieri League o la Liga, mi fa riflettere. È la vita di provincia, penso. Con mia moglie, ogni qualvolta ci capita di fare una gita fuori Milano, specie in paesi o località amene, ce lo diciamo, “basta spostarsi per pochi minuti e di colpo ti ritrovi proiettato in un contesto completamente diverso”. Qui siamo in un contesto completamente diverso. Provincia pura. Un paese dove, immagino, ci sarà un bar che funge da cuore sociale, il campo da calcio a raccogliere i ragazzi, la parrocchia a raccogliere le signore anziane. Nient’altro, Milano troppo lontana per essere un punto di riferimento, Monza, più vicina, comunque altro da qui. Certo, per contro c’è la calma e una vita decisamente meno ansiogena e frenetica, c’è un controllo maggiore, anche se pure qui mia moglie, che ama Milano, non manca di ricordarmi come tutti i fatti di cronaca nera, da Erba a Garlasco, passando per Avetrana, Novi Ligure, Cogne e via discorrendo, avvengono immancabilmente in provincia, e più che altro c’è un ritmo più umano, ma tra la calma e la noia e tra la noia e la morte, si sa, è un passo brevissimo.
Io assisto alla partita col padre del ragazzino coetaneo di mio figlio, l’altro coi piedi buoni, scherzando sul fisico dei nostri avversari, certo, e anche su quanto la panchina degli avversari, ben tre allenatori, tutti esagitati, sia piena di gente, come gli spalti, ma trovo queste partite di una noia mortale, e non fosse per il fatto che c’è mio figlio non vi assisterei neanche se mi pagassero a peso d’oro, e per quanto io sia a dieta e la dieta cominci a fare il proprio sporco mestiere, peso comunque parecchio.
Pochi minuti, neanche troppi pochi, da Milano e siamo proiettati in un altrove completamente diverso, mi ripeto mentre torniamo verso casa, i finestrini abbassati perché sei adolescenti che hanno giocato a calcio ma faranno la doccia solo una volta arrivati a casa producono una puzza che, credo, neanche stando infilato con la testa dentro un letamaio di quelli che, immagino, spuntano qui intorno, in fondo siamo pur sempre circondati dalla campagna, potrei sentire, lungi da me fare la prova. Ho un rapporto singolare con la campagna e con gli altrove, intendo gli altrove nei quali mi trovo a passare poche ore, non necessariamente per mia scelta, perché sono nato e cresciuto sì in una città, un capoluogo di regione e pure col mare, ma pur sempre in provincia, e il fatto che io me ne sia andato in esilio, certo, ma non sia poi tornato e che abbia deciso di vivere in una città che ambisce pure a essere raccontato come metropoli, la sola metropoli europea, vuol pur dirci qualcosa. Mi ci ritrovo a passare del tempo, mi rilasso, abbastanza, tengo a bada la noia, a volte, ma solo perché so che me ne tornerò poi alla mia vita frenetica di tutti i giorni. Poi, è chiaro, quando viaggio la faccenda è tutt’altra, non solo non mi annoio e non provo nostalgia di casa, ma mi sfiora spesso l’idea di quel che sarebbe potuta essere la mia vita se me ne fossi andato all’estero, ma relativamente a quei posti che mi fanno, ci fanno, a me e mia moglie, dire “basta spostarsi per pochi minuti e di colpo ti ritrovi proiettato in un contesto completamente diverso” la questione non si pone propria, per dirla con un noto motto, bello, ma non ci vivrei.
Ecco, fatta questa premessa familiare, quasi minimalista, posso provare a allargare lo sguardo, spostandomi sul mondo della musica. Ovviamente, chi è uso leggermi ben lo sa, pur avendo io scelto di occuparmi principalmente di musica italiana, e avendo scelto nello specifico di scrivere prevalentemente di pop, se mai volessi vincere facile e allestire un frettoloso parallelismo tra il campo brianzolo nel quale mio figlio Francesco è andato a giocare in un dopopranzo domenicale e il mondo musicale è proprio il mainstream che dovrebbe essere tirato in ballo, bello, a tratti, ma assolutamente dove non vorrei vivere. È infatti noto, temo, che la scelta di occuparmene non sia affatto dipesa dal mio esserne un indefesso seguace, tutt’altro, quanto piuttosto dal deserto buzzatiano dei Tartari che animava chi aveva nel mentre deciso occuparsene, io ascoltatore di hardcore del tutto disinteressato a scrivere della musica che mi fa battere il cuore. Però tifo Genoa e West Ham, e le tifo per scelta, quindi no, non mi piace evidentemente vincere facile. Anzi, direi che trovo un certo piacere nel soffrire, quindi il parallelo che intendo allestire è esattamente l’opposto, per una volta tanto riconoscendo a quell’altrove dei meriti che il mainstream di suo non ha.
Ho infatti ascoltato con il piacere anche fisico, direi carnale, che in genere accompagna i miei ascolti di questa artista, il nuovo lavoro di Patrizia Laquidara, dal titolo Florula e da lei prodotto insieme a Edoardo Piccolo. Titolo che indica una microcomunità di piante che abitano un determinato habitat quindi per traslato una comunità di diversità umane che al tempo stesso mira anche all’unitarietà. Otto canzoni, non troppe, di cui fuori al momento cinque, ahinoi, le altre tre saranno fuori a maggio, canzoni che sono nate dopo l’esperienza gigantesca del romanzo femminile Ti ho vista ieri, edito da Neri Pozza, romanzo che la stessa Patrizia Laquidara ha portato in giro per l’Italia in una forma di reading concerto sin dal giorno della sua uscita, ormai tre anni fa. Un disco, quindi, che come quel romanzo è dotato di una lingua originale e personalissima, quella della titolare, ma è al tempo stesso una raccolta di storie corali, dove per corali si intende non solo che riguardano più voci, ma anche più voci che provengono da più parti del mondo. Perché Patrizia Laquidara, siciliana stanziale in Veneto, non si è limitata a mettere su traccia queste due regioni, lei che in passato aveva cantato proprio la regione dove da sempre risiede, ma si è spostata anche in Brasile, terra a lei molto cara, raccogliendo suggestioni e spunti, oltre che cori e suoni, e andando quindi a creare una miscela di melodie e armonie che si sono fatte canzoni e canzoni come sempre incredibilmente spirituali e sensuali. Il tutto su un tappeto di suoni elettronici, questo il mood prevalente di Florula, come a cybergottizare, chissà se si dice così, quel mondo ancestrale e bucolico evocato nel titolo, ritmiche tribali e suoni sintetici a vivere in simbiosi come neanche nei migliori sogni afrofuturisti. Un disco estremamente politico nel suo DNA, Florula, dove il cambiamento che la Laquidara racconta parte da radice ben piantate in terra, terra da calpestare categoricamente a piedi nudi, la sua matrice, che ben è rappresentato dal singolo Nessuno deve restare di fuori, cantato in coro con la cantautrice siciliana Giulia Mei. Una sorta di passaggio del testimone, in loop, dove l’idea di fare squadra, cerchio, magari rovesciando le carovane accendendo un fuoco al centro per la notte, è evocato a parole, ma anche sottolineato dai ritmi ossessivi, ritmi che partono dal sicilianissimo scacciapensieri. Un disco che intende rappresentare un mondo alternativo a quello che possiamo incontrare anche non volendo solo guardandoci intorno, e che quindi si fa ipotesi di un futuro possibile, un altrove che si fa quindi necessità. Certo, se vivessimo in un mondo normale e non in quello folle cui ci stiamo tristemente assuefacendo, Florula di Patrizia Laquidara, così come Io della musica non ci ho capito niente di Giulia Mei, dovrebbe campeggiare nella parte alta delle classifiche di vendita, sempre che abbia senso parlare di vendita di dischi oggi come oggi, ma forse una musica così potente e vera è possibile anche per il non ambire da parte di artiste come loro a starsene comode in top 10, preferendo inseguire arte e verità, e contribuendo con le loro canzoni a costruirci un mondo forse un po’ troppo ideale, ma fuori di dubbio più a portata d’uomo (da intendersi ovviamente come essere umano). Resta che un’artista come Patrizia Laquidara non può o non dovrebbe farci aspettare sempre tutti questi anni tra un album e l’altro, l’ultimo C’è qui qualcosa che ti riguarda è di otto anni fa, e soprattutto non dovrebbe farlo con sole otto canzoni, cinque già uscite ora sotto forma di EP sulle piattaforme, alle quali a maggio si uniranno altri tre brani, per formare la tracklist completa sotto forma di LP, ma tocca sapersi accontentare di tanta grazia e ben vengano almeno queste otto perle. Fortunatamente le belle canzoni non si consumano.
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